2026: i founder raccontano i loro incubi con i VC
Negli ultimi giorni, una conversazione di proporzioni significative ha animato i social network, con decine di founder che hanno deciso di condividere le loro esperienze negative con investitori di venture capital. Le storie, raccolte principalmente su X, dipingono un quadro variegato: alcune sono semplicemente bizzarre, altre decisamente frustranti.

Quello che emerge da questo scambio diffuso è una tendenza sempre più marcata verso la trasparenza all’interno dell’ecosistema startup. I founder, storicamente riluttanti a criticare pubblicamente chi potrebbe finanziarli, stanno trovando sempre più spazio per esprimere frustrazioni accumulate nel tempo. Alcune delle storie condivise riguardano comportamenti inappropriati durante i negoziati, richieste irragionevoli di equity o promesse di finanziamento mai concretizzate.
Ciò che distingue questa ondata di testimonianze è che diversi protagonisti hanno deciso di nominare esplicitamente gli investitori coinvolti. Una scelta coraggiosa, considerando che il settore del venture capital rimane ancora relativamente concentrato e le dinamiche di potere continuano a favorire chi controlla i capitali. Tuttavia, la crescente consapevolezza che il mercato della startup sia composto da migliaia di attori rende sempre meno conveniente, per un singolo VC, comportarsi in modo sconsiderato senza conseguenze reputazionali.
Le categorie di problemi segnalate ricadono in pattern ricorrenti. C’è il classico caso del venture capitalist che propone una valutazione apparentemente vantaggiosa, salvo poi introdurre clausole penalizzanti durante i round successivi. Vi è poi la figura dell’investitore che promette supporto strategico e mentoring, per poi sparire dopo il versamento del primo tranche di capitale. Non mancano le storie di pressioni indebite verso specifiche scelte di hiring, spesso rivelatesi dannose per l’azienda.
Interessante notare come questa conversazione si sia sviluppata organicamente, senza coordinamento apparente. Nessun media tradizionale ha lanciato un inchiesta, nessuna organizzazione di founder ha indetto una raccolta di testimonianze. È stata piuttosto una reazione spontanea a un post iniziale, che ha dato il permesso tacito agli altri di parlare. Un fenomeno tipico della dinamica dei social media, dove una voce può incoraggiarne altre quando tocca temi comuni.
Per gli investitori più scrupolosi, queste conversazioni rappresentano un’opportunità per dimostrare il contrario. La reputazione nel venture capital conta eccome, e diversi VC hanno colto l’occasione per rispondere alle critiche, chiarire malintesi, o semplicemente fare il punto sulle loro pratiche. In un mercato dove il passaparola rimane cruciale, il costo di una cattiva reputazione è sempre più tangibile.
Cosa emerge, tuttavia, è che esiste uno squilibrio strutturale nel rapporto tra founder e venture capitalist, soprattutto negli stadi iniziali. Un founder con poca esperienza si trova spesso a negoziare con professisti che hanno già visto centinaia di pitch e gestito decine di portafogli. L’asimmetria informativa è reale, e le conseguenze delle scelte fatte in quella fase possono impattare l’intera traiettoria dell’azienda.
Anche per questo motivo, risorse come acceleratori consolidati e piattaforme dedicate alla trasparenza nei finanziamenti stanno guadagnando rilevanza. Offrono una sorta di equalizzatore, fornendo ai founder informazioni standardizzate sui termini comuni e sui comportamenti attesi.
Sul fronte italiano, l’ecosistema startup ha dimensioni ancora modeste rispetto ad altri paesi europei, ma sta crescendo. Le dinamiche che vediamo emergere dagli Stati Uniti tendono a propagarsi anche da noi, con qualche ritardo. È probabile che simili conversazioni sulla qualità degli investitori inizieranno a ripetersi anche tra i founder italiani, man mano che il mercato matura e i founder acquisiscono maggiore consapevolezza del loro potere contrattuale collettivo.
La domanda che rimane aperta è se queste testimonianze porteranno a cambiamenti strutturali nel modo in cui i VC operano, oppure resteranno episodi isolati di critica, seguiti dall’oblio quando l’attenzione pubblica si sposta altrove. Cosa ne pensi: c’è spazio per una riforma reale del venture capital, o questi incentivi perversi sono semplicemente intrinseci al modello?
Articolo originale su: TechCrunch