AI e crisi idrica: la narrativa di Amazon ci inganna?
Sminuire l’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale attraverso confronti macroscopici è una strategia di comunicazione che non ha nulla di nuovo. Quando i colossi del cloud cercano di giustificare l’enorme fabbisogno energetico e idrico delle loro infrastrutture, la tattica è sempre la stessa: spostare lo sguardo dal dettaglio critico alla statistica globale, dove ogni singola criticità si perde in un oceano di dati apparentemente irrilevanti. La recente analisi sui consumi idrici dei data center ci pone davanti a un bivio comunicativo che non possiamo ignorare.

L’illusione delle grandi cifre e la distrazione statistica
Il punto di partenza per questa discussione è un numero che, preso singolarmente, spaventa: circa 2,5 miliardi di galloni d’acqua prelevati a livello globale da Amazon nel corso del 2025. È una cifra che evoca immediatamente immagini di sprechi massivi e di un’industria che non ha rispetto per le risorse naturali. Tuttavia, la narrazione che il vendor sta tentando di imporre è esattamente l’opposto. Per evitare il panico mediatico, la strategia consiste nel confrontare questo dato con numeri ancora più mostruosi, rendendo il consumo dei data center una semplice briciola in un banchetto di sprechi molto più vasto.
Il paragone proposto è quasi magistrale nella sua capacità di distogliere l’attenzione. Si parla di 117 trilioni di galloni d’acqua prelevati negli Stati Uniti solo nel 2015, o di 3,3 trilioni di galloni utilizzati annualmente per la cura dei prati e del paesaggio americano. Si citano i 1,3 trilioni di galloni per gli orti di mandorle in California e i 531 miliardi di galloni destinati esclusivamente ai campi da golf negli Stati Uniti. In questo contesto, i miliardi di Amazon sembrano quasi insignificanti, quasi un errore di calcolo. Ma è davvero una questione di proporzioni globali? La domanda che dobbiamo porci è se la grandezza di un settore agricolo possa validare l’impatto di un settore tecnologico che sta cambiando radicalmente la nostra infrastruttura digitale.
Non dimentichiamo che Amazon non è un caso isolato, ma parte di un ecosistema che sta crescendo con una velocità senza precedenti. Se guardiamo ai dati del 2024, vediamo che Google ha registrato un prelievo di circa 6,4 miliardi di galloni, mentre Microsoft si attesta su cifre altrettanto rilevanti. Il problema non è solo la quantità totale, ma la natura del consumo. Mentre l’agricoltura utilizza l’acqua per la crescita biologica, i data center la utilizzano per il raffreddamento, un processo di evaporazione che sottrae acqua al ciclo idrologico in modo quasi istantaneo e non recuperabile nel breve termine.
Il peso della realtà: la gestione del raffreddamento nei data center
Il vero nodo della questione risiede nella tecnologia di raffreddamento utilizzata per mantenere i server a temperature operative. Non si tratta solo di ‘usare’ acqua, ma di consumarla attraverso l’evaporazione. Questa pratica, pur essendo efficiente dal punto di vista energetico, pone interrogativi profondi sulla sostenibilità a lungo termine nelle aree dove lo stress idrico è già critico. La strategia comunicativa delle Big Tech sembra puntare tutto sulla diluizione del problema: se il numero totale di galloni prelevati dai data center è una frazione minima rispetto all’uso agricolo, allora il problema non esiste. Ma questa è una fallacia logica che ignora la localizzazione del prelievo.
Un data center non si trova in un vuoto geografico; si posiziona strategicamente vicino a nodi di rete e infrastrutture energetiche, spesso in regioni dove la gestione delle risorse idriche è una sfida quotidiana. Il fatto che il consumo idrico dei data center sia una frazione del consumo agricolo non rende meno critico il prelievo effettuato in un bacino idrico già sotto pressione. La distribuzione del consumo è importante quanto il volume totale. Se un data center preleva miliardi di galloni in una zona di siccità, quel prelievo ha un peso politico e sociale che i dati aggregati a livello nazionale tendono a nascondere.
In conclusione, la narrazione che cerca di minimizzare l’impatto dei data center attraverso confronti con settori massivi come l’agricoltura è una semplificazione eccessiva. La sfida del futuro non sarà solo gestire quanti galloni vengono prelevati, ma come questi prelievi influenzano l’equilibrio degli ecosistemi locali. Ignorare la specificità geografica del consumo idrico significa ignorare la vera essenza della crisi idrica moderna, trasformando un problema di gestione delle risorse in una mera operazione di pubbliche relazioni.
Articolo originale su: Ars Technica