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BrowserGate: LinkedIn vince in giudizio

Fulvio Barbato · 11 Settembre 2026 · 5 min di lettura
BrowserGate: LinkedIn vince in giudizio
Immagine: Ars Technica

Due californiani, Nicholas Farrell e Jeff Ganan, hanno portato LinkedIn in tribunale convinti di avere un caso. Un colosso della tecnologia che legge le tue estensioni browser senza permesso: sembrava chiaro. Il giudice federale della California, Vince Chhabria, ha pensato diversamente. Non solo ha buttato fuori le cause, ma ha detto ai ricorrenti che probabilmente non riusciranno mai a vincere un processo del genere. Il BrowserGate di LinkedIn è finito prima di iniziare.

BrowserGate: LinkedIn vince in giudizio
Crediti immagine: Ars Technica

LinkedIn esce dall’aula senza graffio

Nel suo verdetto, il giudice Chhabria ha usato un argomento che suona come sentenza definitiva: non è tanto che LinkedIn abbia fatto qualcosa di illegale, ma che gli utenti hanno fatto qualcosa di consapevole. Hanno scelto, da soli, di scaricare estensioni che per loro natura espongono i dati ai siti web. In altre parole: non è violazione della privacy se sei stato tu a aprire la porta.

La difesa è elegante nella sua semplicità. LinkedIn sostiene — e il giudice accetta — che gli utenti scaricano le estensioni volontariamente, consapevoli di quel che fanno. Le estensioni comunicano con i siti web per loro stessa definizione. LinkedIn è un sito web. Ergo, non c’è scandalo legale.

Il problema di chi accusa

Ma il cuore della sentenza scava più a fondo. Farrell e Ganan non hanno provato che le loro specifiche estensioni trasmettessero informazioni private a LinkedIn. Non hanno presentato prove che una loro estensione, quella particolare, fosse stata scansionata. Hanno sostenuto, in generale, che LinkedIn scansiona le estensioni. Nel diritto è un’accusa priva di dentini.

Per avere legittimazione ad agire — quello che in gergo legale si chiama standing — devi provare che il danno ha colpito te, non il pubblico in generale. Farrell e Ganan no. La loro causa era generica, e il giudice l’ha rigettata per questo. Poi, nel suo ordine, Chhabria ha aggiunto una considerazione che suona come avvertimento agli avvocati: dato che LinkedIn ha sostenuto che gli utenti scaricano le estensioni consapevolmente, «sembra improbabile che i ricorrenti riusciranno mai ad allegare una violazione della privacy».

La trappola della privacy consensuale

Qui c’è una trappola che definisce la privacy digitale moderna. Quando scarichi un’estensione browser, accetti i termini di servizio di quell’estensione. L’estensione, per funzionare, comunica con i siti che visiti. I siti vedono quello che fa l’estensione. Se uno di quei siti è LinkedIn, LinkedIn vede. È una catena di piccoli consensi, ognuno singolarmente razionale, che insieme creano un paesaggio di sorveglianza di cui nessuno sente di essere colpevole.

Il giudice, in sostanza, ha detto: non è colpa di LinkedIn se voi avete acconsentito a questa catena. E tecnicamente, ha ragione. Legalmente. Culturalmente è un’altra storia. Secondo le regole del diritto statunitense, LinkedIn non ha violato nulla. Secondo il senso comune, forse sì. Il verdetto di Chhabria evidenzia questa forbice, senza risolverla.

La porta non è chiusa

Il giudice ha concesso ai ricorrenti il permesso di presentare un reclamo rivisto. Ma il messaggio è chiaro: dubita che possano mai riuscire. Intanto, J.R. Howell, l’avvocato di Ganan, sta valutando i prossimi passi. Una possibilità è portare la causa davanti a una corte dello Stato della California, dove le regole sulla legittimazione ad agire potrebbero essere più favorevoli. Un’altra è ricorrere in appello davanti alla Corte d’Appello del Nono Circuito federale. È una strada lunga. Probabilmente perdente. Ma è ancora una strada.

LinkedIn ha vinto una battaglia legale, non la guerra culturale. Perché il vero problema non è se LinkedIn abbia violato le leggi sulla privacy — il giudice ha deciso che no. Il vero problema è che tutti noi abbiamo accettato una situazione in cui le estensioni che installiamo parlano liberamente con i siti che visitiamo, e nessuno ne è sorpreso. Il diritto segue la realtà con anni di ritardo. LinkedIn continua a leggere. Gli utenti continuano a scaricare. E gli avvocati continuano a perdere. Quello che rimane è una domanda più grande: se la legge non protegge la privacy attraverso le estensioni, chi la protegge?

Approfondisci sulla privacy digitale con la Electronic Frontier Foundation e sulle linee guida del Garante italiano della Privacy.

Ripreso da: Ars Technica