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Capcom rianima i franchise dimenticati

Matteo Baitelli · 08 Settembre 2026 · 6 min di lettura
Capcom rianima i franchise dimenticati
Immagine: Engadget

Un milione di copie al lancio. Non per un sequel di Resident Evil, non per un capitolo di Street Fighter. Per Onimusha: Way of the Sword, un reboot di una serie che per decenni è stata un nome che i fan mormoravano nei forum con nostalgia. A me, che seguo Capcom da quando avevo il Game Boy in tasca, questo dato dice una cosa sola: il mercato non ha smesso di volere storie d’azione con anime. E Capcom, evidentemente, l’ha capito. Ora la casa di Osaka guarda ai suoi franchise dimenticati e prepara il terreno per rianimarli. È la mossa giusta? Secondo me, sì. Ma con una serie di ‘ma’ che vale la pena analizzare.

Capcom rianima i franchise dimenticati
Crediti immagine: Engadget

Non partiamo dall’ovvio. Onimusha non è un brand qualsiasi: è la serie in cui Samus Aran e Master Chief incrociavano la spada katana in un Giappone feudale. È un ibrido che negli anni 2000 ha venduto centinaia di migliaia di copie e poi è scomparso. Riscoprirlo nel 2026, con un reboot che supera il milione di unità in fase di lancio, significa che Capcom ha scommesso su un pubblico che non cerca solo il ‘nuovo’ ma cerca il ‘ritrovato’. E questa è una strategia che cambia il modo in cui leggiamo il catalogo storico del publisher.

Onimusha: Way of the Sword e il segnale che Capcom ha ricevuto

Il dato del milione di copie al lancio non è un numero da ignorare. In un 2026 in cui il mercato dei videogiochi è saturato di sequel, spin-off e IP generati da studio, un reboot di una serie ‘dormiente’ che rompe quel traguardo manda un messaggio preciso: i giocatori italiani, come quelli giapponesi o americani, hanno fame di narrazione. Non di microtransazioni. Non di live service infiniti. Di una storia che parte da zero e ti porta in un mondo che non conosci. Onimusha: Way of the Sword l’ha fatto. E Capcom, che ha un archivio di IP più vasto di quello che si pensi, ha preso appunti.

Io lo dico senza giri di parole: il successo di Onimusha non è un caso isolato. È la prova che il modello ‘un franchise, un’esperienza, un prezzo’ regge ancora. Che il giocatore medio non vuole un altro capitolo di una saga già consumata in dieci episodi. Vuole una storia nuova, anche se il nome è vecchio. E questo vale per il mercato italiano, dove la community di retrogaming e di action game è più attiva di quanto i numeri aggregati suggeriscano.

La strategia di Capcom sui franchise dimenticati: cosa aspettarsi nel 2026

Capcom non ha un solo IP in cassetto. Ne ha una dozzina, forse di più. Serie che hanno avuto uno, due, tre capitoli e poi sono state accantonate per fare spazio a Resident Evil, Monster Hunter, Street Fighter, Devil May Cry. Il problema, e qui entro nel mio giudizio, è che rianimare un brand non è come accendere una luce: serve un team, una visione, un budget. E serve non tradire chi quel brand lo ha amato vent’anni fa. La strategia di Capcom nel 2026 sembra puntare su questo: non un’onda di annunci simultanei, ma una riattivazione graduale, con un IP alla volta, testando il terreno.

Per il giocatore italiano, cosa cambia in concreto? In primo luogo, la possibilità di vedere titoli in italiano, con doppiaggio e sottotitoli, su IP che per anni non hanno ricevuto aggiornamenti. In secondo luogo, un catalogo più variegato: meno sequel, più ‘nuovi inizi’ che non richiedono di conoscere dieci anni di lore. E in terzo luogo, un segnale che Capcom investe in ricerca e sviluppo su storie originali, non solo su formule collaudate.

Ecco, in concreto, cosa si può ragionevolmente ipotizzare sulla mossa di Capcom riguardo ai suoi franchise dimenticati:

Detto questo, la cautela è d’obbligo. Un milione di copie al lancio di Onimusha: Way of the Sword è un dato forte, ma non è una garanzia. Il mercato del 2026 è più frammentato di quello del 2023, i giocatori hanno meno tempo e più scelte. Rianimare un franchise non significa automaticamente venderne un milione: significa scommettere che la memoria collettiva dei fan sia abbastanza viva da sostenere un nuovo progetto. E questa è una scommessa che si vince o si perde solo col tempo. Io resto ottimista, ma non ingenuo. Vedremo nei prossimi dodici mesi se Capcom trasforma l’entusiasmo in un piano industriale coerente, o se si tratta di un fuoco di paglia. La domanda che mi pongo, e che lascio a voi, è semplice: quale brand ‘morto’ di Capcom vorreste rivedere in vita, e perché?

Ripreso da: Engadget