Apple, Google, Microsoft e Mozilla hanno bloccato otto certificati emessi da eMudhra, autorità di certificazione con sede a Bangalore. Il motivo: le chiavi private collegate erano talmente banali da poter essere calcolate partendo dai certificati pubblici. Per chi usa Safari, Chrome o Firefox aggiornati non c’è nulla da fare. Il rischio residuo riguarda software e dispositivi che non si appoggiano ai blocchi dei browser.
Che cosa è successo
Il 17 ottobre un ricercatore noto come Wayne ha segnalato il problema ai gestori dei programmi di fiducia dei browser. Come prova ha firmato un messaggio con ciascuna delle otto chiavi. Il ricercatore Scott Helme le ha poi ricostruite in meno di un secondo: una di queste era semplicemente il numero 4, quando una chiave di questo tipo dovrebbe essere un numero casuale a 384 bit.
I certificati coinvolti sono otto autorità intermedie: sei servono per la sicurezza dei siti, due per la firma del codice. Con la chiave privata di una autorità, un malintenzionato potrebbe emettere certificati falsi per qualunque sito e farsi accettare da browser e app. Servirebbe però intercettare il traffico tra le due parti, ed è un attacco non banale.
Secondo eMudhra l’origine è una cerimonia di generazione delle chiavi del 30 aprile 2025: un passaggio di cifratura e decifratura avrebbe prodotto un secondo set di chiavi deboli accanto a quelle robuste, e per errore sarebbero finite nei certificati le prime. L’azienda esclude violazioni della propria infrastruttura e dice di indagare ancora sulla causa esatta.
Chi ha già reagito
- Chrome e Firefox: blocco entro poche ore dalla segnalazione, senza obbligo di aggiornare o riavviare. Google toglierà dal Chrome Root Store anche il certificato radice coinvolto, emSign ECC Root CA – G3, dal 27 ottobre.
- Apple: blocco attivo dal 19 ottobre in Safari, Mail e nelle app che usano i framework di rete e sicurezza del sistema.
- Android: blocco distribuito tramite Google Play Services, sempre dal 19 ottobre.
- Microsoft: blocco dal 20 ottobre.
Google ha precisato che nei registri pubblici di Certificate Transparency non compariva alcun certificato per siti derivato da queste autorità prima del blocco. Non risultano al momento prove di abusi.
Dove resta il problema
Il nodo è fuori dai browser. Molti programmi non controllano le revoche né Certificate Transparency e continuano a fidarsi finché non viene aggiornato il loro elenco di certificati. Succede con strumenti da riga di comando, container, client API e dispositivi con un archivio di fiducia proprio.
Anche su Mac c’è un’eccezione: alcuni strumenti da terminale possono ancora accettare i certificati compromessi. Apple sta preparando un aggiornamento di macOS che modificherà il file /etc/ssl/cert.pem, senza dare una data. Nel frattempo chi usa quegli strumenti può rimuovere a mano i certificati radice interessati da quel file.
Sul versante Linux e sviluppo sono già usciti aggiornamenti per Go, Python (certifi), pip, uv, Electron e per i pacchetti ca-certificates di Ubuntu, Debian, Fedora, Arch e Alpine. Segnalazioni diverse indicano invece Signal, WhatsApp e WireGuard come non toccati, perché non fanno affidamento su TLS per la riservatezza.
Cosa deve fare un utente normale
Poco: tenere aggiornati sistema operativo e browser, e installare gli aggiornamenti di macOS quando arriveranno. Chi gestisce un sito con certificati legati alla radice emSign deve passare a un’altra autorità prima del 27 ottobre. E chi vede errori di certificato nelle app aziendali non dovrebbe mai disattivare la verifica: sarebbe togliere proprio la protezione appena ripristinata.
Cosa ne pensiamo
La reazione dei grandi attori è stata rapida: in poche ore Chrome e Firefox, in tre giorni Apple e Microsoft. Il caso dimostra però quanto il sistema delle autorità di certificazione dipenda da un singolo errore in una cerimonia di generazione che nessuno ha ricontrollato per oltre un anno. Il fatto che la chiave fosse il numero 4 suggerisce che un controllo automatico elementare avrebbe potuto fermarla.
Il lungo strascico fuori dai browser è la parte da guardare. Per l’utente comune il danno probabile è minimo, ma router, dispositivi smart home e server dimenticati raramente ricevono questi aggiornamenti. Per l’Italia c’è poco da temere sul fronte delle firme digitali nazionali: eMudhra dichiara che la sua attività di firma digitale in India gira su infrastruttura separata, e la vicenda riguarda solo il suo ramo globale per i certificati dei siti, circa l’1% del fatturato. Per chi si occupa di sicurezza, resta un promemoria concreto: ogni archivio di fiducia incorporato in un’app va aggiornato come qualsiasi altra dipendenza. Come abbiamo visto nel nostro articolo sulla protezione avanzata di Google Messages, le difese più efficaci restano quelle che si aggiornano da sole.
Articolo della redazione di SpazioiTech, scritto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale a partire da fonti verificate su almeno due testate indipendenti, e controllato prima della pubblicazione. Hai trovato un errore? Scrivici.



