I game studio giapponesi e il muro dei licenziamenti
Dal 2025 al 2026, il settore dei videogiochi ha registrato un’ondata di licenziamenti senza precedenti. Microsoft ha annunciato 3.200 riduzioni dopo la nomina di Asha Sharma a capo di Xbox, chiudendo nello stesso tempo quattro studi interni. Nello stesso arco di tempo, Bungie, EA, Ubisoft, PUBG Productions, Take-Two, Warner Bros. e Epic Games hanno tutti effettuato tagli significativi. Una contrazione globale che ha investito publisher, sviluppatori indipendenti e studi di medie dimensioni con una forza e una velocità raramente viste.

Eppure in questo panorama tutt’altro che confortante, esiste un’anomalia: gli studi di sviluppo giapponesi, nel medesimo periodo, hanno sofferto meno. Non in maniera assoluta — il settore è mondiale e le pressioni economiche colpiscono ovunque — ma in modo proporzionalmente diverso rispetto a quanto accaduto negli Stati Uniti e in Europa.
Perché il modello giapponese regge di più
Secondo analisti del settore, la ragione principale risiede nella struttura organizzativa. Gli studi giapponesi tradizionalmente mantengono team più ristretti e una gerarchia meno stratificata di quella tipica dei publisher occidentali. Questo ha un’implicazione diretta sui costi: team minori significano meno pressione di ridimensionamento quando i ricavi calano.
Un secondo fattore è quello della remunerazione dei vertici. Mentre i CEO dei grandi publisher americani percepiscono compensi nell’ordine dei 30 milioni di dollari, gli esecutivi degli studi giapponesi operano con quadri salariali significativamente inferiori. Il divario crea una differenza notevole: quando un’azienda deve ridurre i costi di gestione, il primo impatto colpisce il costo fisso del personale, non i compensi dei dirigenti.
La responsabilità di una struttura gonfia
I licenziamenti di massa negli ultimi due anni non sono stati semplici correzioni di rotta. Molti Publisher Occidentali avevano dilatato le loro strutture durante il boom post-pandemico, assumendo a ritmo sostenuto e aprendo filiali in nuovi mercati. Quando la crescita ha rallentato e i budget si sono ridotti, il peso di quella espansione è ricaduto sui dipendenti.
Il modello giapponese, per contro, favorisce una crescita più contenuta, basata sulla retention del talento interno e su investimenti mirati. Meno uffici aperti, meno livelli management, meno costi fissi. Il rovescio della medaglia è una dinamica aziendale più statica, ma in periodi di contrazione, la staticità protegge.
Un insegnamento controverso
La riflessione non è senza complicazioni. Una struttura snella che evita i licenziamenti non è automaticamente virtuosa: spesso riflette anche una minore propensione a prendere rischi, orari di lavoro estenuanti raramente discussi pubblicamente e una cultura dove il benessere del dipendente non è sempre la priorità dichiarata. Non è un elogio del modello giapponese, ma un’osservazione fredda su cosa lo rende più resistente in fase di contrazione.
Per i developer e i publisher italiani, il dato offre uno spunto. Non si tratta di copiare una formula, ma di riflettere su quanto una crescita senza controllo e una concentrazione di risorse nei vertici rendano l’azienda vulnerabile ai cicli del mercato. I tagli che abbiamo visto negli ultimi due anni non erano inevitabili — erano la conseguenza di scelte organizzative prese diversi anni prima.
Dove il dibattito continua
La questione rimane aperta. Alcuni argue che il mercato dei giochi ha bisogno di aziende grandi, con budget ampi e team internazionali. Non potrebbe esistere un Grand Theft Auto 6 senza una struttura come quella di Rockstar Games, che impiega migliaia di persone. Il punto, però, è calibrare. Una crescita lenta e sostenibile non impedisce i blockbuster, ma riduce il rischio di dover fare licenziamenti da panico quando il ciclo si inverte.
Fonte: Eurogamer