L’IA inganna gli affittuari: case perfette che non esistono
Chi cerca casa a New York sa che è un’impresa disperata. Ma negli ultimi mesi questa ricerca è diventata ancora più frustrante, e i colpevoli hanno dei nomi: intelligenza artificiale e annunci bugiardi. Joyce, newyorkese di nascita, voleva trovare il suo primo monolocale in città senza spendere un patrimonio. Quello che ha trovato, invece, è stato l’inferno.

Ha visto decine di tiny apartments minuscoli e carissimi, come lei stessa li ha definiti. Poi è arrivata la foto dello studio perfetto: ragionevole nella fascia di prezzo, ampio, luminoso, con un caminetto. La cucina era piccola ma ben attrezzata, completamente ristrutturata. Joyce ha lasciato tutto per vederla. Quando è arrivata, ha scoperto che altre cinque donne circa della sua età avevano già appuntamenti dopo il suo. Una fila di speranze.
Ma quando ha aperto la porta, si è ritrovata di fronte a un’altra realtà completamente diversa. Non era lo stesso appartamento. Le foto erano completamente diverse dalla situazione reale. E qui comincia il punto che mi fa arrabbiare: sempre più spesso, questi annunci ingannevoli sono generati o ritoccati da algoritmi di intelligenza artificiale, che promettono case impossibili a prezzi impossibili per attirare clicchi e visualizzazioni.
Io lavoro nel settore tech da anni e conosco bene come l’IA possa essere sfruttata per fini commerciali. Ma quando la tecnologia viene usata per ingannare persone disperate che cercano un tetto sopra la testa, allora abbiamo un problema reale. Non è innovazione, è manipolazione. Gli algoritmi generativi possono creare immagini convincenti di spazi che non esistono, modificare le dimensioni, aggiungere arredi lussuosi, eliminare i problemi evidenti. E funziona: la gente clicca, chiama, spera.
Il mercato immobiliare non ha mai avuto regole severe su come vengono presentate le proprietà online. Ma con l’IA, il problema si è moltiplicato. Un’immagine ritoccata è una cosa; un intero appartamento generato digitalmente è un’altra. E il danno non è solo economico—è psicologico. Queste persone costruiscono aspettative su una casa che hanno visto così bene riprodotta che sembra reale. Quando arrivano e trovano una scatola buia e puzzolente, lo shock è violento.
Quello che mi preoccupa davvero è che nessuno sembra affrettarsi a frenare questo fenomeno. Le piattaforme di annunci immobiliari sanno perfettamente cosa accade. Gli algoritmi che suggeriscono questi annunci sanno benissimo che le immagini sono false o altamente manipolate. Ma il sistema continua a girare perché genera traffico, e il traffico genera denaro pubblicitario.
La responsabilità ricade anche su chi crea questi annunci: agenti immobiliari, proprietari, o veri e propri truffatori che sfruttano l’IA come scusa. “L’algoritmo ha modificato le foto,” dicono. “Non sapevo che gli strumenti di editing avessero fatto questo.” Scuse vuote. Sanno esattamente cosa stanno facendo quando caricano immagini false di cucine fantasma e metrature impossibili.
In Italia il problema è ancora minore perché il nostro mercato immobiliare è più tradizionale, con meno automazione. Ma sappiamo perfettamente come funzionano le cose: quando una tendenza scoppia in America, arriva qui entro un paio d’anni. E io non voglio che giovani come Joyce si trovino a setacciare annunci fake anche da noi.
La soluzione non è banale. Servirebbero norme più stringenti sulle immagini negli annunci, verifiche delle foto prima della pubblicazione, magari addirittura certificazioni che un annunto mostra l’effettiva proprietà. Le piattaforme dovrebbero investire in sistemi di controllo automatico che riconoscono quando un’immagine è stata significativamente modificata. Non è impossibile: la tecnologia per farlo esiste già.
Ma qui arriviamo al vero nodo: chi farebbe queste verifiche di fronte alla pressione di mantenere gli annunci online il più velocemente possibile? E chi pagherebbe il costo di questi controlli? Se non esiste un incentivo o un obbligo legale, il mercato non si autoregola. La storia della tecnologia lo ha dimostrato mille volte.
Quello che vorrei sapere è questo: quante altre persone come Joyce devono trovare appartamenti fantasma generati dall’IA prima che finalmente qualcuno prenda sul serio la questione e metta regole vere al tavolo?
Articolo originale su: The Verge