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Regno Unito bandisce i social per i minori nel 2026

Matteo Baitelli · 15 Giugno 2026 · 5 min di lettura
Regno Unito bandisce i social per i minori nel 2026
Immagine: 9to5Mac

Il Regno Unito si prepara a diventare uno dei paesi più severi al mondo sulla questione dei social media per bambini. Una decisione che arriva mentre il dibattito globale sulla protezione dei minori online raggiunge temperature sempre più alte, e che segna un punto di rottura rispetto agli approcci più permissivi del passato.

Regno Unito bandisce i social per i minori nel 2026
Crediti immagine: 9to5Mac

La notizia è destinata a far discutere. Londra ha annunciato un piano per introdurre un divieto complessivo già all’inizio del prossimo anno, unendosi a una lista sempre più lunga di nazioni che stanno prendendo provvedimenti drastici. Non è più una questione di parental control o di app che promettono di limitare il tempo di schermo: si parla di veri e propri ban legislativi, con conseguenze legali per chi trasgredisce.

Quello che colpisce è la velocità con cui questo scenario si è materializzato. Ancora due anni fa, le proposte di questo tipo venivano liquidate come eccessive da buona parte dell’opinione pubblica occidentale. Oggi, invece, il vento è cambiato. Paesi come Australia, Francia e altri stanno già sperimentando soluzioni simili, e il modello britannico arriverà a completare un quadro normativo che rappresenta un cambio paradigmatico nel modo in cui le democrazie occidentali intendono proteggere i loro giovani cittadini.

A me interessava capire cosa stia realmente accadendo dietro questa decisione. Non è semplice retorica politica. Studi sempre più concordi sulla salute mentale dei minori, gli effetti comprovati delle piattaforme social sulla loro autostima e sulla loro percezione della realtà, le testimonianze di ex dipendenti di Meta e altri giganti del tech che ammettono i problemi intrinseci di questi ecosistemi: tutto questo ha creato una pressione che i legislatori non potevano più ignorare.

Il divieto britannico, secondo quanto annunciato, sarà “complessivo”. Non si tratta di una limitazione d’orario o di una certificazione di età più ristretta. È un bando vero, che potrebbe includere piattaforme come TikTok, Instagram, X e altre app di social networking. Chi gestisce questi servizi dovrà pensare seriamente a come operare in un mercato dove il 10-15% della loro utenza globale (i minori nel Regno Unito) semplicemente non può più accedere.

Naturalmente, emergono subito le solite questioni tecniche. Come si implementerà? Attraverso age verification? Riconoscimento facciale? E qui entra in gioco un altro aspetto delicato: il diritto alla privacy. Perché per verificare l’età di qualcuno in modo affidabile, servono dati biometrici, e siamo di fronte a un paradosso: proteggere i minori dai danni dei social potrebbe significare raccogliere ancora più dati su di loro.

Per quanto riguarda l’Italia, il dibattito è ancora più flebile. Stiamo guardando il Regno Unito e l’Australia con una certa aria di superiorità, convinti che da noi il problema sia meno grave. Invece, i numeri sul tempo che i nostri bambini passano sui social, e sugli effetti psicologici documentati, non sono molto diversi. Aspettiamo sempre che qualcun altro agisca per primo, per poi copiare il modello quando ormai è mainstream.

La questione che mi pongo è più profonda, però. Siamo davvero sicuri che un ban totale sia la soluzione giusta? O rischiamo di creare una generazione di teenager che aggireranno il divieto usando VPN, proxy e altri stratagemmi, mentre nel frattempo perdiamo l’opportunità di insegnare loro un uso consapevole della tecnologia? Un divieto è facile da pronunciare, molto più difficile da far rispettare in modo equo e senza creare ingiustizie.

Ciò che mi lascia perplesso è anche un altro aspetto: se il problema sono i danni psicologici del social media, allora il divieto dovrebbe partire dalle cause reali, cioè dagli algoritmi di questi servizi e dal loro design predatorio. Invece, spesso la soluzione viene trasferita interamente ai genitori e ai minori, come se la responsabilità fosse solo loro. È facile scaricare la colpa e bannare l’app; è più complicato obbligare le aziende a riprogettare completamente i loro prodotti.

Il 2026 potrebbe rivelarsi un anno spartiacque. Se il ban britannico funzionerà, altri paesi seguiranno. Se fallirà, diventerà un precedente di cui ridere. La scommessa è alta, e mentre il Regno Unito scrive la sua storia normativa, il resto del mondo occidentale osserva attentamente.

La domanda che rimane aperta, però, è questa: stiamo davvero affrontando il problema del rapporto tra giovani e tecnologia, o stiamo solo cercando di nasconderlo sotto il tappeto legislativo?

Ripreso da: 9to5Mac