Android

Samsung Generation17: giovani e impatto reale

Matteo Baitelli · 04 Settembre 2026 · 7 min di lettura
Samsung Generation17: giovani e impatto reale
Immagine: Samsung Newsroom

Io credo che le aziende tech spendano troppe parole e troppo poco in azioni concrete. Poi leggo di cose come Samsung Generation17 e devo ammettere che, a volte, il settore mi sorprende. Non parliamo di un gadget, non parliamo di un chip più veloce. Parliamo di ventenni che usano uno smartphone Samsung per cambiare la vita di una comunità intera. E questo, a me, interessa più di qualsiasi benchmark AnTuTu.

Samsung Generation17: giovani e impatto reale
Crediti immagine: Samsung Newsroom

Soumya Dabriwal, 21 anni, volontaria, è una delle voci di questa rete. Non è un’influencer pagata, non è un ambassador con un contratto. È una giovane che, attraverso il programma Samsung Generation17, ha trovato tecnologia, mentorship e una rete per amplificare il proprio lavoro sul territorio. Il punto non è la marca del telefono. Il punto è che quel telefono, in quel contesto, è uno strumento di trasformazione.

Cos’è Samsung Generation17 e come funziona

Samsung Generation17 è il nome della partnership tra Samsung Electronics e il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), attiva dal 2020. L’obiettivo è chiaro e non ha bisogno di giri di parole: sostenere i cosiddetti Young Leaders, giovani che lavorano concretamente sugli Global Goals, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. A questi ragazzi e ragazze vengono messi a disposizione dispositivi Samsung Galaxy, percorsi di mentorship e occasioni di networking a livello globale. Non è una sponsorship passiva. È un ecosistema: hardware, formazione, visibilità.

Il caso di Soumya Dabriwal è emblematico. A ventun anni, mentre molti della sua generazione scrollano feed senza sosta, lei stava già facendo volontariato e ha trovato in Generation17 il canale per dare raggio al proprio impegno. La tecnologia, in questo schema, non è fine a sé stessa: è il mezzo con cui una storia locale diventa visibile su scala internazionale. Lo smartphone diventa strumento di documentazione, di comunicazione, di mobilitazione. E questo vale soprattutto nei contesti dove l’accesso a risorse digitali è ancora un privilegio, non un dato di fatto.

Per capire perché questo conta, basta pensare a quanto il Galaxy sia penetrato in mercati emergenti dove un iPhone resta un oggetto irraggiungibile. Samsung, con la sua gamma di fascia media, ha raggiunto un pubblico che Apple non raggiungerà mai. E quando quel pubblico è composto da giovani con un’idea da diffondere, il telefono smette di essere un consumo e diventa un mezzo di produzione sociale. Lo dico senza retorica: è un punto di vista, ma è quello che difendo da anni.

Il contesto: tecnologia e obiettivi di sviluppo sostenibile

Parliamo di Samsung Generation17, ma per capire il peso di questa iniziativa bisogna zoomare. Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU, conosciuti come SDGs, sono sedici traguardi fissati nel 2015: dalla fine della povertà all’istruzione di qualità, dall’uguaglianza di genere all’energia pulita, dalla riduzione delle disuguaglianze alla pace e alla giustizia. Non sono slogan. Sono un framework operativo che governa politiche pubbliche in oltre 190 Paesi. Il sito ufficiale delle Nazioni Unite li elenca tutti, con indicatori di misurazione e scadenze al 2030.

L’UNDP, l’ente che collabora con Samsung in questo programma, è l’agenzia delle Nazioni Unite che traduce quegli obiettivi in progetti sul campo: infrastrutture, istruzione, sanità, governance locale. L’UNDP opera in oltre 170 Paesi e rappresenta, di fatto, il braccio operativo della diplomazia multilaterale. Quando Samsung si siede a quel tavolo, non fa marketing: fa policy. E lo fa con uno strumento che i giovani di quei Paesi possiedono già in tasca.

Non è un caso isolato. Il settore tech, da almeno un decennio, ha capito che la responsabilità sociale d’impresa non è più un capitolo da appendice nel report annuale. È leva di brand, è retention di talenti, è legittimazione sociale. Ma Generation17 si distingue perché non parla di donazioni a pioggia: parla di capacity building. Dà tecnologia, sì, ma dà anche mentorship e una rete. Il ragazzo non riceve un telefono e basta: riceve un percorso. E questo cambia la traiettoria.

Per il lettore italiano, il perché è semplice: gli SDGs non sono un problema del Sud del mondo. La disuguaglianza digitale, l’accesso all’istruzione, la transizione energetica sono questioni che tocca anche qui. Un modello che funziona in un villaggio del Nepal o in una favela di San Paolo può essere replicato, adattato, scalato. E Samsung, con la sua presenza in Europa, è un attore che i giovani italiani possono conoscere, usare, criticare. Non è un’azienda lontana.

Perché un giovane italiano dovrebbe interessarsene

Vi chiederete: e a me cosa cambia? Se siete under 30, se vi interessa l’impatto sociale, se pensate che la tecnologia debba avere un’etica oltre la performance, Samsung Generation17 è un caso studio concreto. Non è una utopia: è un programma con nomi, volti, storie. Soumya Dabriwal non è un avatar. È una persona di ventun anni che ha scelto di usare uno strumento commerciale per un fine collettivo.

A me, come giornalista, questo interessa perché rompe un cliché radicato: quello del giovane tech consumer, passivo, ossessionato dalle specifiche. Esiste un’altra generazione, meno visibile, che usa lo stesso dispositivo per cose che non finiranno in un review su YouTube. E Samsung, con Generation17, ha scelto di dare visibilità a quella generazione. È una scelta di posizionamento, certo. Ma è anche una scelta che, nel concreto, mette un Galaxy nelle mani di chi lo userà per documentare una carenza d’acqua, per collegare una scuola remota, per far sentire la voce di una comunità che altrimenti non ne avrebbe.

La domanda che mi pongo io, ogni volta che leggo un’iniziativa di questo tipo, è una sola: quanto è replicabile? Un programma che parte nel 2020 e che, a distanza di sei anni, continua a crescere, ha superato il test della sostenibilità. Non è stato un evento one-shot, una foto per il report. È una struttura. E questo, nel mondo delle promesse tech, vale più di mille keynote.

Entro la fine del 2026, io mi aspetto di vedere Samsung e UNDP presentare almeno un nuovo ciclo di Young Leaders con un’espansione geografica misurabile: non serve un numero esatto, serve che il raggio d’azione tocchi un’area finora poco coperta. Se non accadrà, significherà che il programma si è cristallizzato. Se accadrà, avremo la conferma che la tecnologia, usata per bene, resta lo strumento più democratico che esista. E io, da qui, continuerò a seguire chi la usa così.

Fonte: Samsung Newsroom