Snap Specs 2026: non sono occhiali AI
Evan Spiegel non vuole che le chiamiamo “occhiali AI”. È stato chiaro quando l’ho intervistato: gli Snap Specs sono dispositivi di computing, non intelligenza artificiale indossabile. Una distinzione che sembra semantica, ma rivela molto sulla strategia di Snap in un 2026 dove il termine “AI” è diventato sinonimo di tecnologia miracolosa, e le aziende cercano di sfuggire al clamore intorno a promesse non mantenute.

Il rifiuto di un’etichetta pericolosa
Spiegel ha insistito più volte durante la nostra conversazione: gli Snap Specs sono occhiali per la computing, punto. Non intelligenza artificiale. Non realtà aumentata pura. Computing. Una parola che ripete come un mantra, probabilmente consapevole che il termine “AI glasses” ha iniziato a significare promesse troppo grandi e aspettative impossibili da soddisfare.
È una mossa strategica intelligente, secondo me. Nel 2026 il mercato degli indossabili intelligenti è saturo di annunci gonfiati. Ogni occhiale che esce è presentato come il punto di svolta, la rivoluzione, il dispositivo che cambierà tutto. Snap ha scelto un approccio diverso: non promettiamo il futuro, offriamo uno strumento di computing oggi. Una posizione più onesta, anche se meno affascinante dal punto di vista del marketing.
Privacy e controlli parentali come fondamenta
Durante la nostra discussione, Spiegel ha dedicato tempo considerevole a due argomenti che raramente fanno notizia come meriterebbero: la privacy e i controlli parentali. Non è casuale. Gli Snap Specs montano una fotocamera integrata, e questo solleva domande legittime. Chi controlla i dati? Come vengono processati? Chi può usare il dispositivo e con quali limiti?
Il CEO ha spiegato che la privacy non è un’aggiunta ma parte del design fondamentale. I controlli parentali, similmente, sono stati pensati da zero per permettere ai genitori di gestire cosa i loro figli possono fare con gli occhiali. Non è una soluzione perfetta—nessuna lo è—ma dimostra che Snap sta pensando a conseguenze e responsabilità, non solo a feature spettacolari.
Questo approccio mi ricorda come dovrebbe essere la tecnologia consumer seria: costruita intorno alle persone reali che la useranno, non intorno al buzz che può generare.
Computing come promessa realista
Tornando alla scelta di etichetta: definire gli Snap Specs come dispositivo di “computing” è accurato perché elimina aspettative fantasiose. Un dispositivo di computing fa quello che gli dici di fare. Elabora input, fornisce output. Non promette di comprendere il tuo mondo interiore o di anticipare i tuoi bisogni con intelligenza sovrumana. È uno strumento. Utile, performante, ma uno strumento.
In un momento in cui aziende giganti promettono assistenti AI che rivoluzionano il lavoro e la vita quotidiana, Snap sceglie di fare un passo indietro. Spiegel sa benissimo che nel 2026 le persone sono stanche delle promesse non mantenute. Preferisce costruire fiducia dicendo chiaramente cosa è il prodotto, cosa fa, e quali sono i paletti etici.
La lezione oltre l’hype
C’è una lezione più ampia qui. Nel settore tech siamo abituati a linguaggio inflazionato: intelligenza artificiale per algoritmi di raccomandazione, blockchain per database distribuiti, metaverso per chat 3D. Spiegel sta facendo il contrario. Usa il termine più banale e onesto disponibile: computing. È un piccolo atto di resistenza contro l’hype industriale.
Non so se funzionerà dal punto di vista commerciale. È possibile che i consumatori vogliano la narrativa fantastica, non la realtà schietta. Ma a mio parere, è il tipo di onestà di cui il mercato ha bisogno. Soprattutto quando parliamo di dispositivi che registrano il nostro ambiente e richiedono fiducia assoluta.
La vera domanda non è “Sono occhiali AI?”, ma piuttosto: siamo disposti ad abbassare le aspettative se questo significa ottenere prodotti più trasparenti e responsabili?
Ripreso da: Engadget