Datacenter 2026: 565 TWh non bastano più
Quando parlo di crisi energetica nel tech, la gente pensa ai costi della bolletta. Ma il vero problema è un altro: i nostri datacenter stanno divorando elettricità a una velocità che le reti non riescono a seguire. E siamo solo all’inizio.

Nel 2026 gli impianti di storage e elaborazione dati consumano già 565 TWh di corrente nel mondo. Non è uno scherzo. Per capirci: è quanto consuma l’intero settore dei trasporti in alcuni paesi europei. E questa cifra rappresenta una crescita del 26% in un solo anno. Secondo le proiezioni, entro il 2030 toccheremo i 1.200 TWh annui. Praticamente il raddoppio.
Il problema non è neanche tanto la produzione di energia, quanto la distribuzione. Le infrastrutture elettriche europee, italiane in particolare, non sono dimensionate per questi carichi. E mentre l’intelligenza artificiale continua a proliferare, ogni nuovo modello linguistico, ogni addestramento, ogni query richiede sempre più potenza computazionale. È un circolo vizioso.
La corsa all’energia che paralizza le reti
Ho visitato qualche mese fa un datacenter di medie dimensioni in Lombardia. Quello che mi ha colpito non era la tecnologia – quella è impressionante – ma le infrastrutture di raffreddamento. Pompe gigantesti, tubature, sistemi di circolazione d’acqua. Tutto questo consuma energia quasi quanto i server stessi.
L’ironia è che i grandi operatori come Google, Meta e Microsoft stanno investendo massicciamente in energie rinnovabili. Pannelli solari, turbine eoliche, accordi con produttori di idroelettrico. Sulla carta, sembra virtuoso. Ma dietro gli annunci pubblici c’è una realtà più complessa: quando la domanda cresce del 26% ogni anno, anche il rinnovabile fatica a stare al passo. E intanto, i datacenter vengono posizionati dove l’energia costa meno e la regolamentazione è più flessibile, non sempre dove ci sono fonti pulite disponibili.
In Italia, il tema è ancora più critico. Le nostre reti regionali non sono dimensionate per ospitare nuovi megadatacenter senza compromessi significativi. Eppure, con il Pnrr e gli incentivi europei, vediamo aumentare la concentrazione di questi impianti. È una scommessa: o investiamo davvero in infrastrutture, oppure rischiamo congestioni serie.
La vera lezione è che non possiamo più trattare l’energia come una risorsa infinita. Ogni modello di IA addestrato, ogni ricerca effettuata, ogni video in streaming ha un costo energetico reale e crescente.
L’IA accelera il consumo oltre le aspettative
Quando un paio di anni fa ChatGPT esplose come fenomeno di massa, pochi previdero quanto consumo energetico avrebbe comportato. Oggi, qualsiasi azienda tech seria sta cercando di ottimizzare i propri modelli, di ridurre i parametri, di trovare architetture più efficienti. Ma la domanda cresce più velocemente dell’efficienza.
Il vero acceleratore, però, non è tanto ChatGPT quanto la democratizzazione dei modelli. Ogni startup, ogni azienda media vuole il suo chatbot proprietario. Ogni università fa ricerca in machine learning. Il consumo si distribuisce su migliaia di impianti, non concentrato in poche megastructure. Questo rende il problema più difficile da gestire, perché frammentato.
Ho recentemente parlato con un CTO di una media azienda italiana. Mi ha confessato: «Voglio integrare l’IA nei nostri processi, ma il costo energetico mi spaventa. Non tanto per il bilancio immediato, quanto per il fatto che non so come sarà tra tre anni».
È la paura del dato nascosto. Non calcoliamo mai il vero costo di un’operazione digitale. Quando usiamo un servizio cloud, non vediamo i kWh bruciati dietro. È invisibile, e questa invisibilità rende il problema ancora più urgente affrontarlo con consapevolezza.
Che cosa cambia nei prossimi quattro anni
La strada non è ancora tracciata. Abbiamo tre scenari possibili, e la realtà sarà probabilmente un misto di tutti e tre.
Primo scenario: l’investimento massivo in rinnovabili. È quello che i grandi player tech stanno spingendo. Nuovi impianti solari ed eolici, magari batterie per lo stoccaggio. È possibile, costa miliardi, ma è fattibile nei prossimi anni. In Italia, però, il rischio è un divario ancora maggiore: i giganti tech investiranno dove conviene, le medie imprese resteranno indietro.
Secondo scenario: l’ottimizzazione forzata. Regolamenti europei più stringenti sulla carbon footprint dei servizi digitali. Potrebbe accadere. L’UE ha dimostrato di saper usare il bastone quando serve. Se domani imponessero un tetto alle emissioni per TWh di compute, cambierebbe tutto. I modelli diventerebbero più leggeri, ma anche meno sofisticati.
Terzo scenario: il razionamento vero e proprio. Meno probabile, ma non impossibile. Se l’energia diventa davvero scarsa, alcuni servizi smetteranno di funzionare 24/7. Le query ai grandi modelli potrebbero essere rallentate, distribuite su orari off-peak. Suona distopico, ma in Giappone e in alcune regioni cinesi il razionamento soft è già una realtà.
La mia percezione è che entro il 2030 avremo una situazione ibrida. I colossi tech avranno risolto il problema con investimenti colossali e rinnovabili. Le aziende medie e piccole dovranno scegliere: scalare con cloud pubblico (più efficiente energeticamente) o restare piccole. Non c’è una via intermedia, secondo me.
In Italia, invece, rischiamo di restare fuori dalla curva. Poca capacità di innovazione nelle infrastrutture, poco capitale per i mega-investimenti, ma anche una resistenza culturale del territorio. Come affrontare questa sfida? Sarà la vera partita dei prossimi quattro anni.
La domanda che continuo a pormi è: quanti servizi digitali che usiamo quotidianamente potremmo rinunciare, se sapessimo davvero quanto consumano?
Ripreso da: Tom’s Hardware Italia