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Il museo degli OS: 600 sistemi operativi da provare

Matteo Baitelli · 07 Giugno 2026 · 5 min di lettura
Il museo degli OS: 600 sistemi operativi da provare
Immagine: The Verge

Mi è capitato di scoprire qualcosa che raramente capita a chi scrive di tecnologia: una risorsa che non è uno startup decantato dai venture capitalist, ma semplicemente un’opera di passione pura. Si chiama Virtual OS Museum ed è esattamente quello che promette: un archivio digitale dove puoi scaricare ed eseguire via emulazione più di 600 sistemi operativi diversi, su oltre 250 piattaforme, direttamente dal tuo computer.

Il museo degli OS: 600 sistemi operativi da provare
Crediti immagine: The Verge

La cosa che mi ha colpito è che dietro questo progetto c’è principalmente un uomo solo, Andrew Warkentin, uno sviluppatore e storico dell’informatica che dal 2003 raccoglie metodicamente immagini di OS come altri collezionano francobolli. Sono più di 1.700 installazioni distinte, un archivio che abbraccia praticamente l’intera storia del computing dai tempi del Manchester Baby nel 1948, il primo programma memorizzato nella storia, fino ai primi build di Android del 2011.

Un viaggio nel tempo dell’informatica

Quando navighi dentro il Virtual OS Museum, ti rendi conto di quanto sia affascinante e strano il percorso evolutivo dei sistemi operativi. Trovi ovviamente i grandi nomi – Windows nelle sue infinite versioni, MacOS, Linux – ma soprattutto scopri quella distesa sterminata di OS dimenticati che hanno lasciato tracce nella storia senza diventare mainstream. Innumerevoli varianti DOS, sistemi operativi per piattaforme ormai estinte, OS creati per scopi specifici e mai decollati commercialmente.

Non è solo nostalgia, lasciamelo dire. È uno strumento concreto per capire come i progettisti affrontavano problemi comuni in epoche diverse, come le interfacce evolvevano in base alle limitazioni hardware, come la competizione spingeva l’innovazione in direzioni impensabili. Quando accendi un OS del 1970 e vedi come gestiva il multitasking con risorse incredibilmente ridotte rispetto a quelle di oggi, comprendi davvero come funzionava la ricerca ai suoi tempi.

Il progetto utilizza l’emulazione, il che significa che non stai avviando fisicamente quelle macchine – sarebbe impossibile – ma piuttosto stai eseguendo codice che simula il comportamento del sistema su hardware moderno. È una soluzione elegante che permette a chiunque con un computer decente di toccare con mano quella che è di fatto la memoria storica dell’informatica personale.

Perché questo archivio è più importante di quanto sembra

In un’epoca dove discutiamo ossessivamente di intelligenza artificiale e architetture quantistiche, un museo di OS potrebbe sembrare un’antiquaria curiosità. Ma sbagliamo. Warkentin ha involontariamente creato qualcosa di culturalmente rilevante: una biblioteca vivente di come abbiamo deciso di interagire con le macchine nel tempo.

Per uno studente di informatica, per un ricercatore, per chiunque voglia comprendere il dibattito odierno sugli ecosystem chiusi contro quelli aperti, su interfacce intuitive versus command-line, questa risorsa è preziosa. Permette di saltare direttamente nella storia, di sperimentare, di capire cosa funzionava e cosa no, non attraverso libri di testo polverosi ma attraverso l’esperienza diretta.

C’è anche un aspetto di conservazione digitale che non dovremmo sottovalutare. Quando un OS diventa obsoleto, il codice rischierebbe di perdersi completamente – corruzione dei supporti, incompatibilità hardware, semplice disinteresse. Archivi come questo garantiscono che il patrimonio informatico non sparisca. Non è museo statico, è un laboratorio vivo.

Da un punto di vista pratico, il progetto è accessibile: chiunque può scaricare i file e avviare l’emulazione. Non serve essere un esperto, le interfacce sono navigabili. Naturalmente, per chi vuole approfondire, la curva di apprendimento sul lato tecnico può essere più ripida, ma la base è democratica.

A cosa serve tutto questo nel 2026? Forse la domanda non è tant’o funzionale quanto culturale. In un momento dove le nostre interazioni tecnologiche sono sempre più mediate da algoritmi e interfacce proprietarie, avere accesso a come pensavamo di costruire i sistemi operativi decenni fa è una forma di resistenza intellettuale. Secondo me, questi archivi sono il fondamento per capire dove stiamo andando – e se davvero vogliamo arrivarci.

Se non l’hai mai consultato, il Virtual OS Museum merita una visita anche solo per sfogliare. Anche solo per comprendere quanto lavoro invisibile sta dietro alla semplicità dell’interfaccia che usi ogni giorno. Il rischio, però, è rimanere intrappolato per ore a provare sistemi di cui ignoravi persino l’esistenza. A me è successo.

Fonte: The Verge