Oracle taglia 21mila posti per l’AI: il costo umano
Oracle ha licenziato 21mila dipendenti in un anno. Non è uno scandalo isolato nel settore tech, ma questa volta i numeri sono brutali e la motivazione ufficiale ancora più cruda: l’adozione massiccia dell’intelligenza artificiale.

A dirlo è stato lo stesso colosso del software nelle sue comunicazioni alla Securities and Exchange Commission, l’ente di controllo americano sui mercati finanziari. Nel documento depositato lunedì, Oracle ha confessato che i tagli rappresentano una riduzione del 12,9 percento della sua forza lavoro. Un anno fa contava 162mila dipendenti a tempo pieno. Ora sono 141mila. La matematica è semplice e spietata.
Quello che mi colpisce non è tanto il numero in sé, quanto la franchezza della dichiarazione. Nel filing legale, Oracle scrive nero su bianco: “L’adozione e il dispiegamento di tecnologie AI nelle nostre operazioni hanno provocato, e potranno continuare a provocare, riduzioni della nostra forza lavoro”. Non è una scusa vaga. È una dichiarazione di principio.
Dietro a questi tagli c’è una strategia precisa. Oracle, come altri giganti del settore, sta investendo cifre astronomiche in infrastrutture AI e data center. Questi investimenti sono finanziati in parte da debito, il che significa che l’azienda ha bisogno di risparmiare altrove per mantenere i margini. I dipendenti diventano la variabile di aggiustamento più facile.
Ma c’è di più. L’automazione attraverso l’AI permette di fare con meno persone quello che prima richiedeva team interi. Processi di sviluppo software, gestione dei database, supporto clienti: tutto questo può essere ottimizzato, accelerato, talvolta completamente rimpiazzato dall’intelligenza artificiale. Oracle non sta facendo nulla di diverso da quello che hanno fatto già Microsoft, Amazon e Meta. Sta solo essendo più onesta nel riconoscerlo pubblicamente.
Nel 2025 Oracle aveva già comunicato i licenziamenti di massa durante il mese di marzo. Ma era stato vago sulle cause. Questa volta, nel filing annuale, la società ha deciso di mettere le carte in tavola. Forse perché gli investitori avevano il diritto di sapere, o forse perché ormai il fenomeno è talmente diffuso che nasconderlo risulterebbe ridicolo.
La realtà che emerge è complessa e inquietante. Da una parte, l’automazione AI promette di aumentare la produttività e di ridurre i costi operativi. Dall’altra, migliaia di persone perdono il lavoro. Non necessariamente perché non sono bravi nel loro mestiere, ma semplicemente perché una macchina può fare la loro job a una frazione del costo.
Per chi lavora nel settore tech italiano, questo è un campanello d’allarme. Certo, il nostro mercato è più piccolo e le mega-aziende americane qui hanno meno presenza. Ma le filiali italiane di questi colossi non sono immuni. Se Oracle taglia il 12,9 percento della sua forza lavoro globale, è possibile che anche in Italia ci siano riorganizzazioni in corso.
La domanda che mi pongo, onestamente, è: fino a che punto questa corsa all’automazione è veramente necessaria? O è piuttosto una competizione per il controllo del mercato AI, dove chi non investe massicciamente rischia di restare indietro, e quindi i tagli diventano inevitabili per finanziare una gara dove nessuno sa dove arriviamo?
Quello che è certo è che il modello economico della Silicon Valley sta cambiando. Non è più basato sulla crescita infinita del numero di dipendenti. È basato sulla sostituzione del lavoro umano con il lavoro artificiale. E mentre Oracle continua a tagliare, continua anche a investire in AI. Per chi guarda da fuori, soprattutto se hai una carriera nel tech, è una lezione dura ma necessaria da imparare.
Articolo originale su: Ars Technica