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Russia sfida l’Occidente con CPU a 32 core fatte in casa

Daniele Messi · 13 Marzo 2026 · 5 min di lettura
Russia sfida l'Occidente con CPU a 32 core fatte in casa
Immagine: Tom's Hardware Italia

Mentre le sanzioni occidentali continuano a mordere sul settore tecnologico russo, Mosca risponde con un piano ambizioso che potrebbe cambiare gli equilibri geopolitici del mondo tech. Il governo russo ha annunciato lo sviluppo di nuovi processori domestici a 16 e 32 core, un progetto che rappresenta molto più di una semplice risposta alle restrizioni commerciali: è il tentativo di costruire un ecosistema tecnologico completamente autonomo.

La notizia arriva in un momento cruciale per l’industria globale dei semiconduttori, dove la guerra commerciale tra superpotenze ha frammentato supply chain che sembravano inattaccabili. Ma quanto è realistico questo progetto? E soprattutto, quali conseguenze potrebbe avere sul mercato mondiale dei processori?

L’iniziativa russa non nasce dal nulla: da anni Mosca investe pesantemente nella ricerca e sviluppo di tecnologie critiche, consapevole della propria dipendenza da fornitori stranieri. Oggi, questa strategia si concretizza in un programma che punta dritto al cuore dell’industria tech globale.

L’architettura dietro i nuovi chip russi

I dettagli tecnici emersi finora rivelano un approccio pragmatico ma ambizioso. I nuovi processori russi si baseranno su architettura RISC-V, una scelta strategica che permette di aggirare le licenze proprietarie di ARM e Intel. Questa decisione non è casuale: RISC-V rappresenta l’unica via percorribile per un paese sottoposto a sanzioni tecnologiche severe, offrendo un instruction set aperto e royalty-free.

Le specifiche preliminari parlano di chip prodotti con processo produttivo a 28 nanometri, una tecnologia certamente non all’avanguardia se confrontata con i 3nm di TSMC, ma sufficientemente matura per essere realizzata con macchinari non soggetti alle restrizioni più stringenti. La configurazione a 32 core suggerisce un focus su applicazioni server e calcolo ad alte prestazioni, settori dove la Russia vuole ridurre la dipendenza da Intel e AMD.

Particolarmente interessante è l’approccio modulare annunciato: i processori utilizzeranno un design chiplet che permetterà di scalare le prestazioni combinando più die. Questa architettura, già adottata con successo da AMD con le CPU Ryzen, consente di ottimizzare rese produttive e costi, aspetti cruciali per un’industria nascente come quella russa.

Le sfide tecnologiche e industriali

Nonostante l’entusiasmo delle dichiarazioni ufficiali, la strada verso l’indipendenza tecnologica è irta di ostacoli. Il primo problema è rappresentato dalla capacità produttiva: la Russia non dispone di foundry avanzate paragonabili a TSMC o Samsung. Gli impianti domestici sono fermi a processi produttivi di diverse generazioni fa, il che si traduce in chip più grandi, meno efficienti e più costosi.

La questione dell’ecosistema software rappresenta un’altra criticità fondamentale. Anche disponendo di processori funzionanti, sarà necessario garantire compatibilità con software esistenti o sviluppare alternative proprietarie. Questo aspetto potrebbe rivelarsi il vero collo di bottiglia del progetto, considerando che l’adozione di massa dipende dalla disponibilità di applicazioni e sistemi operativi ottimizzati.

Non meno importante è il tema dei costi. I volumi di produzione previsti saranno inevitabilmente inferiori rispetto ai giganti mondiali, rendendo difficile competere sul prezzo. Tuttavia, per il mercato interno russo e per alcuni partner commerciali, il valore aggiunto dell’indipendenza tecnologica potrebbe giustificare un premium price significativo.

Impatti sul mercato globale e scenario futuro

L’iniziativa russa si inserisce in un trend più ampio di frammentazione tecnologica globale. Dopo la Cina con i suoi investimenti miliardari nei semiconduttori, anche altri paesi stanno cercando di sviluppare capacità produttive autonome. Questo fenomeno potrebbe portare a un mondo tech multipolare, dove diversi ecosistemi tecnologici coesistono con gradi variabili di interoperabilità.

Per i consumatori europei e italiani, gli effetti immediati saranno probabilmente minimi. È improbabile che questi processori russi arrivino presto nei nostri PC o smartphone. Tuttavia, il loro impiego in settori specifici come server governativi, infrastrutture critiche e applicazioni industriali potrebbe creare nuove dinamiche competitive, specialmente in paesi non allineati alle sanzioni occidentali.

L’aspetto più intrigante riguarda le possibili collaborazioni future. La Russia potrebbe condividere tecnologie e know-how con altri paesi interessati a ridurre la dipendenza dai fornitori occidentali, creando un blocco tecnologico alternativo che ridisegni gli equilibri di mercato.

Il successo di questo progetto dipenderà ultimamente dalla capacità russa di trasformare ambizioni geopolitiche in realtà industriale. Se da un lato le sanzioni hanno accelerato gli investimenti nell’indipendenza tecnologica, dall’altro hanno anche limitato l’accesso a tecnologie e componenti critici. Il risultato di questa partita si vedrà nei prossimi anni, ma una cosa è certa: il mondo dei processori non sarà mai più lo stesso di prima.

Fonte: Tom’s Hardware Italia