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RFK Jr. e Wakefield: la disinformazione sanitaria

Fulvio Barbato · 15 Settembre 2026 · 7 min di lettura
RFK Jr. e Wakefield: la disinformazione sanitaria
Immagine: Ars Technica

L’immagine è quasi teatrale, e non è un eufemismo. Una sala a Washington, D.C., luci calde, un pubblico che si accalca tra le poltrone. Sul palco un microfono, un nome che fa impallidire ogni vaccinologo al mondo: Andrew Wakefield. E davanti a quel microfono, a parlarci dentro con la voce di chi detta le regole, Robert F. Kennedy Jr., l’attuale segretario alla Salute degli Stati Uniti. Non è un congresso, non è un summit da Silicon Valley. È qualcosa di più insidioso: una conferenza anti-vaccino organizzata da Children’s Health Defense, l’organizzazione che lo stesso Kennedy ha un tempo fondato e guidato. È qui, in questo incrocio di potere politico e narrazione tossica, che si gioca una delle forme più pericolose di disinformazione sanitaria della nostra epoca digitale.

RFK Jr. e Wakefield: la disinformazione sanitaria
Crediti immagine: Ars Technica

La notizia è arrivata lunedì: Children’s Health Defense ha annunciato che Kennedy avrebbe firmato la partecipazione. Non un intervento lampo, non una comparsa. Un keynote, il discorso principale, quello che fissa il tono. E accanto a lui, o meglio, sullo stesso palco, Wakefield: il medico britannico cui è stata revocata la licenza, cacciato dalla comunità scientifica, ridotto a un fantasma della medicina. Eppure, per la community anti-vaccino, non è un fantasma. È un santo laico, un profeta. E il fatto che un segretario alla Salute di un grande Paese lo condivida la scena dice tutto, senza bisogno di commenti.

Un palco, due nomi, una bugia che non muore

Per capire cosa sta succedendo a Washington, bisogna fare un passo indietro. Andrew Wakefield, a fine anni Novanta, pubblicò uno studio che suggeriva un nesso tra il vaccino MMR — morbillo, parotite, rosolia — e l’autismo. Lo studio era falso. Falso nei dati, falso nel metodo, falso nella motivazione. Un’inchiesta di un medical board britannico accertò che Wakefield aveva maltrattato bambini vulnerabili, che le sue azioni costituivano una grave colpa professionale. La rivista The Lancet ritrasse l’articolo. La comunità medica lo isolò. La sua licenza fu revocata. In teoria, la storia finisce lì: un medico cacciato, una bugia smentita, un capitolo chiuso.

In pratica, il capitolo non si chiude mai. Wakefield è diventato un’icona, un nome da invocare nei forum, nei thread di Reddit, nei gruppi Telegram, nelle stories di Instagram. La bugia — il vaccino causa autismo — non è morta, è migrata. Ha cambiato piattaforma, ha mutato forma, si è adattata all’algoritmo. E Children’s Health Defense, con Kennedy in prima linea, ne è diventato il megafono istituzionale. Non più un comitato di genitori spaventati in un angolo della rete. Un’organizzazione che siede al tavolo del potere esecutivo. Questo è il punto: la disinformazione non resta più confinata nei circoli chiusi. Prende un microfono, un titolo di Stato, una sala a Washington. E da lì, si irradia.

Come la disinformazione sanitaria ha colonizzato il web

La domanda che ogni lettore italiano dovrebbe farsi è semplice: perché una bugia ventenne continua a circolare come se fosse notizia? La risposta, in parte, è tecnologica. I social media non premiano la verità, premiano l’emozione. Un post che dice ‘il vaccino MMR è sicuro’ non genera engagement. Un post che dice ‘il vaccino causa autismo’ genera rabbia, paura, condivisioni. L’algoritmo, cieco e vorace, non distingue. Amplifica. E quando a amplificare non è più un blog di periferia ma un segretario alla Salute che parla a milioni di schermi, il danno si moltiplica per un fattore che non ha precedenti storici.

Il caso Wakefield non è un’anomalia isolata. È il prototipo. Ogni campagna di disinformazione sanitaria che oggi scorre su X, su TikTok, sui gruppi WhatsApp delle nonne italiane segue la stessa architettura: un’autorevolezza finta (il medico cacciato, il ‘ricercatore indipendente’), un’emozione forte (la paura per i figli), una narrazione semplice (una causa, un colpevole, una soluzione). E a Washington, D.C., questa architettura viene ora certificata da un palco istituzionale. Per chi lavora sull’informazione digitale, per chi fa giornalismo, per chi gestisce piattaforme, è un campanello d’allarme che suona a volume massimo. La Organizzazione Mondiale della Sanità ha più volte ribadito che i vaccini MMR sono sicuri e che non esiste alcun legame con l’autismo. Ma un link in una scheda informativa non pesa quanto un discorso da un palco, con le luci puntate addosso.

Perché dovrebbe importare a un lettore italiano

Forse vi state chiedendo: e a me, in Italia, cosa cambia? Cambia tutto, e non solo in senso medico. Cambia il modo in cui consumate l’informazione sanitaria sul vostro smartphone. Cambia la fiducia che riponete in una fonte istituzionale. Cambia la conversazione che avrete, questa sera, a cena, quando qualcuno tirerà fuori un video ‘ma guardate cosa dice Wakefield’. Il punto è che la disinformazione non ha confini: un keynote a Washington diventa un reel a Milano in ventiquattro ore. E il fatto che un Paese come gli Stati Uniti, con le sue risorse e la sua influenza mediatica, stia di fatto legittimando una bugia, rende quel contenuto più credibile, più difficile da smontare, più virale.

Non è una questione di ideologia. È una questione di literacy digitale, di capacità di distinguere tra una fonte verificata e una narrazione emotiva. Il Centers for Disease Control americano, paradossalmente, pubblica linee guida chiare e accessibili su ogni vaccino. Ma la linea guida non ha un volto, non ha un microfono, non ha una sala piena. La bugia, sì. E in un’epoca in cui l’attenzione è la valuta più scarsa, chi la cattura vince.

Quello che sta succedendo a Washington non è solo una notizia politica. È un caso di studio su come la tecnologia dell’informazione, che doveva renderci tutti più colti e connessi, possa diventare il veicolo più efficiente della superstizione. E mentre il pubblico in sala applaude, mentre il keynote scorre in streaming su mille schermi, c’è una domanda che resta sospesa, incomoda, senza risposta. Quando aprite un post su un vaccino, su un farmaco, su una cura, fermate lo scroll e controllate la fonte? Oppure vi lasciate trascinare dalla voce più forte, da quella che ha il palco, le luci, il titolo? Perché, in fondo, la disinformazione più pericolosa non è quella che non credete. È quella che credete perché suona come una storia, e le storie, lo sappiamo, si ricordano più di qualsiasi dato.

Articolo originale su: Ars Technica